L’Ottocento

L’arte dell’Ottocento si apre con il Vedutismo rappresenato da Francesco Zerilli, Carl Werner e Johann Jacob Frey. Questi artisti si ricollegano alla feconda esperienza del Grand Tour che, dalla fine del Settecento alla prima metà dell’Ottocento, coinvolse viaggiatori del nord Europa verso l’Italia, e soprattutto verso il meridione e la Sicilia. L’esperienza del Grand Tour pose, quindi, la Sicilia al centro dell’interesse dei viaggiatori stranieri che, per oltre un secolo, ne decantarono le bellezze naturali, la varietà del paesaggio, la natura incontaminata e le vestigia dell’arte e della cultura.
Le vedute e le descrizioni di monumenti e testimonianze del passato anticipano la grande elegia della pittura di paesaggio declinata attraverso le differenti interpretazioni di Pietro Volpes, Francesco Lojacono, Antonino Leto, Michele Catti.
All’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, nella sezione “Sicilia monumentale”, Pietro Volpes presentò il dipinto Rovine di Solunto, nel quale, con somma maestria compositiva, la profondità della veduta si coniuga con il senso di vastità della distesa marina esaltando la spettacolarità della visione.
La raccolta dei dipinti di Francesco Lojacono consente di seguire il percorso creativo compiuto dall’artista tra il 1864 e il 1915, dalle vedute iniziali ancora caratterizzate dalla puntuale descrizione dei luoghi, alle ricerche veristiche maturate nella Napoli dei fratelli Palizzi e a Firenze a contatto con i Macchiaioli, sino agli esiti simbolisti dell’ultima produzione.
Il nucleo delle opere di Antonino Leto, dominato dallo straordinario La pesca del tonno, il capolavoro assoluto realizzato nel 1887 su commissione di Ignazio Florio, documenta lo sviluppo del linguaggio pittorico maturato dall’artista: dai primi lavori di impianto ancora vedutista, sino ai dipinti realizzati dopo la permanenza a Napoli e Firenze.
Al clima della Palermo modernista e liberty rimandano i dipinti che Michele Catti realizzava enfatizzando il valore evocativo del paesaggio che, pur ripreso dal vero, diventava il riflesso degli stati d’animo. In una dimensione intimista, rivivono le immagini e i simboli della città: le piazze e le vie immerse nel grigiore di atmosfere autunnali sono più simili alle visioni parigine degli Impressionisti piuttosto che alle coeve interpretazioni delle assolate città meridionali.
Straordinaria importanza all’interno delle collezioni della Fondazione rivestono le opere di Ettore De Maria Bergler. Autore poliedrico, De Maria stupisce per la versatilità con cui si cimenta nei diversi ambiti pittorici, dal ritratto, alla decorazione, alla pittura di genere. La singolare capacità di interpretare la tradizionale pittura realista nella descrizione della natura siciliana e di coniugarla con linguaggi innovativi gli consente di raggiungere rilevanti risultati.
Con la serie dei dipinti di Michele Cortegiani e di Rocco Lentini, artisti questi che gravitarono intorno a Lojacono e De Maria Bergler, si conclude la feconda stagione della pittura di paesaggio nel segno di una visione sempre più interiorizzata della natura.
Alla fine del secolo si affermava l’esigenza di testimoniare la realtà, considerando ogni aspetto dell’esistenza; artisti come Natale Attanasio e Vincenzo Caprile iniziarono quindi a rivolgere lo sguardo anche ai più umili e diseredati, non con intenti di denuncia sociale, ma col fine di ricostruire scene o situazioni toccanti.
Il tema della pittura prospettica e lo studio della Palermo antica, araba e normanna, è rappresentato dalla serie dei dipinti di Salvatore Marchesi, nei quali la sapiente precisione prospettica e la puntuale ricostruzione di spazi e architetture è funzionale alla creazione di un ambiente vivo, teatro per l’azione dei suoi protagonisti.
L’unico ma notevole dipinto storico conservato nelle raccolte della Fondazione è Saffo abbandonata da Faone di Giuseppe Sciuti. Esso rivela la sopravvivenza del genere ancora agli inizi del Novecento e testimonia la straordinaria capacità narrativa dell’artista che si cimentò anche nella ritrattistica. Questo genere pittorico trovava ampia diffusione nella società di fine Ottocento, in un’epoca in cui la fotografia si era ampiamente diffusa come strumento di documentazione di luoghi, paesaggi, situazioni, ed è testimoniata dalle opere, tra gli altri, di Luigi Di Giovanni e Onofrio Tomaselli.